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George Clooney

La villa su quel ramo del lago di Como è del ‘700, ha 17 stanze e una sorta di dependence nell’aja che un tempo fu una fabbrica di fil di ferro: il nuovo proprietario è George Clooney, oramai tutti i locali lo sanno, e nel laboratorio ci vuole allestire uno studio di post-produzione. “Hollywood incontra Manzoni”, dice ridendo l’affabile attore americano, che sarà a Venezia per accompagnare il nuovo film dei Fratelli Coen di cui è protagonista accanto a Catherine Zeta-Jones, la commedia “Intolerable Cruelty”. “Potrei fare montaggio, missaggio ed effetti speciali da uno studio con vista sul lago: scusate se è meglio degli Universal Studios!”

Clooney, 42 anni, si era innamorato della villa di Laglio, tra Bellagio e Villa d’Este, durante una gita in moto con i suoi inseparabili amici - “the boys” lui li chiama - due anni or sono. Era di proprietà degli Heinz, quelli del ketchup, gente che lui conosceva. “I miei amici mi hanno convinto a comprarla”, spiega Clooney, decisamente il più gioviale dei divi di Hollywood. Dandy made-in-Usa ed esperto professionista (del cinema), sempre allegro, sempre alla mano, un aplomb disinvolto tra impegno (anche politico) e divertimento. “È un posto stupendo”, dice del suo nuovo “pied-à-terre” sul lago di Como. “È un sogno per un americano sempliciotto come me, non è vero? Senz’altro è un’opportunità per emanciparmi un pochino.”

Scherza ma fino a un certo punto: il popolarissimo Clooney sarà pure uno yankee, ma è un uomo di mondo capace di esercitare fascino globale quanto di subirlo. A lui l’Europa, e l’Italia in particolare, piace molto. “Cosa c’è di meglio dell’Italia e degli italiani? Una vacanza in Italia con gli italiani”, dice scoppiando a ridere. Intende passare molto tempo, dice, nella sua antica dimora lacustre. Spesso fa volare la sua banda di amici a Como, da Los Angeles - dove Clooney vive dal 1982 (è nativo del Kentucky) - e vanno in giro in bici, escono di giorno in barca coi pescatori, escono di sera con le bellezze locali, girano in moto, giocano a basket, vecchia passione di Clooney, “single seriale”, come si auto-definisce (è stato sposato brevemente una volta, nel 1989, con l’attrice Talia Balsam, e da allora ha mietuto abbondantemente sui terreni più disparati: “Non sono per niente elitario in fatto di donne, anzi”, ha detto una volta). “Per me lusso significa poter condividere la tua fortuna con gli amici e le persone in genere a cui vuoi bene”, afferma l’attore, divenuto famoso (e molto ricco) dopo anni di gavetta con la serie “E.R.” nel 1994 , poi con film come “La tempesta perfetta”, “Three Kings” e “Ocean’s 11”. È ora sugli schermi con il fantascientifico “Solaris”, del suo amico e socio Steven Soderbergh (insieme hanno una compagnia di produzione, la Section Eight, con cui hanno prodotto buoni film come “Far From Heaven” e “Insomnia”), e “Confessioni di una mente pericolosa”, suo debutto registico. “Sto imparando l’italiano, sempre un buon antidoto per il forestiero: così evito di farmi prendere in giro alle spalle o sentirmi dire “yankee go home”; o se me lo dicono li mando affa...” Ride di gusto. Snocciola la sua sapienza lessicale, ovvero l’intero compendio di parolacce del vocabolario italiano. Clooney può essere anche un ragazzino con uscite da ragazzaccio e un flair tra il soave e il “terra terra” che gli consente di farsi perdonare tutto. Uno degli aspetti simpatici di Clooney, in quanto celebrità, è il non nascondere affatto la sua voglia di divertirsi, di godersela, e di parlarne senza peli sulla lingua, al contrario di quanto fanno quasi tutti i divi di Hollywood. Se si becca una sbornia in pubblico, così sia e amen. Secondo lui gli attori dovrebbero seguire il suo esempio e rilassarsi un poco. “Nessuno di noi sta concorrendo alla presidenza”, dice. “E poi non è l’atto che causa la controversia: è cercare di nascondere quell’atto. Troppo spesso i divi si mettono nella posizione di dover proteggere qualcosa. E da qui nasce la curiosità morbosa del pubblico. Io lo capisco perchè sono il più curioso di tutti!” Clooney si diverte a sparlare del mondo del cinema e della sua fauna nella più comune chiacchiera da bar, sempre con uno spiccato senso dell’ironia: un paio di vodka e “radio serva” va in onda a tutto volume. Tra i colleghi è il più popolare: tutti adorano George. “È un vero uomo, conteso da tutti, anche dai maschi etero”, ha detto una volta Michelle Pfeiffer, sua controparte in “Un giorno, per caso” (1996). “Le donne vogliono portarselo a letto, gli uomini alla partita di basket”. Quando sia Renée Zellweger (uno dei suoi tanti flirt) che Nicole Kidman (accanto a lui in “The Peacemaker” nel 1997) dovettero declinare l’invito per “Confessioni di una mente pericolosa”, Clooney non ebbe che alzare il telefono e comporre numeri che conosceva a memoria per convincere due delle attrici più di moda a Hollywood, Julia Roberts e Drew Barrymore, a fare il film con lui, e a paga sindacale. “Non dovetti nemmeno terminare la frase che Drew mi disse: sono pronta a fare qualsiasi cosa per te!” Fece lo stesso con Matt Damon e Brad Pitt per “Ocean’s 11”. “Lusso per me è poter fare perno sul potere acquisito, soprattutto se in amicizia ed armonia”, continua Clooney. “Lusso è dover offrire una limonata ed avere il giardino pieno di fertili alberi di limone”. Lusso, secondo Clooney, è comprarsi sei Indian 1.442 cc. della Harley Davidson invece di una sola. Una per lui e una a testa per i cinque suoi migliori amici. “Che me ne faccio di una sola Indian?” dice Clooney. “Andare in giro da solo non mi diverte, voglio godermi la moto e la strada in compagnia dei miei amici. È come stare in mezzo al deserto e trovarsi davanti una vista con un tramonto travolgente e non avere nessuno con cui condividere questa meraviglia. Che tristezza.” Con le loro Indian i “boys” si sono fatti di recente tutte le Alpi, tra Italia, Svizzera e Austria. Lusso è noleggiare una volta all’anno un bus di quelli che usano le rock band e con gli amici farsi il giro dei più bei campi di golf d’America per un mese o due di seguito. “La sosta più lunga è sempre quella di Las Vegas”, dice Clooney scoppiando a ridere. Mai vergognarsi di godersi la vita.

Lusso è invitare amici, le loro mogli e fidanzate nella sua villa sulle colline di Hollywood e organizzare grigliate all’aperto seguite da partite di basket tra maschi (le femmine sono comunque benvenute) e sedute di massaggio, manicure, yoga e feng shui per le signore. “Mi piace trattar bene chiunque venga a casa mia”, dice. “Non posso star bene se anche gli altri non stanno bene”. Non ostenta mai la sua ricchezza, il suo potere. Sul set di un film non lo troverete mai dentro al “trailer” (la roulotte delle star). “Io vengo dal Kentucky, dunque cerchiamo sempre di stare fuori dai trailer”, afferma a bruciapelo, riferendosi alla sottocultura del “trailer-trash” del suo stato nativo. “Mi piace stare in mezzo alle persone, guardare la gente lavorare”. Oppure, ovviamente, organizzare partite di basket con il cast e la troupe del film nelle pause di lavorazione. Ogni venerdì sera, quando gira un film, Clooney organizza una riffa per la troupe dei lavoratori: un dollaro a testa che tutti mettono dentro il cappello, poi si estrae il biglietto e il vincitore prende tutto. “Io ci metto sempre dentro un biglietto da cento dollari, a volte assai più di uno”, confida Clooney. Dice l’attore Sam Rockwell, protagonista nei panni del conduttore televisivo Chuck Barris di “Confessioni di una mente pericolosa”: “George è un natural born leader, un leader nato: la gente lo seguirebbe senza batter ciglio nella battaglia più impervia”.
Figlio d’arte (il padre, Nick Clooney, era un noto conduttore e produttore di programmi di cultura e varietà televisivi; la zia, Rosemary Clooney, la celebre cantante di recente scomparsa), George Clooney ha conosciuto fin dall’inizio gli alti e bassi dello show-business, ma ne ha anche ereditato tutto l’armamentario etico e professionale. Per lui viene prima di tutto il lavoro e il senso dell’onore: l’onore di aver fatto bene il proprio lavoro e aver ottenuto successo di conseguenza. Quando c’è da lavorare si lavora, e sodo, sia come attore, regista o produttore (c’è in programma un altro dramma televisivo recitato e trasmesso dal vivo e in diretta, come fece tre anni fa con il remake di “Fail Safe” per la CBS). “È un momento magico per me dal punto di vista prefessionale e batto il ferro finché è caldo”, dice. “Ma spero il caldo duri perché senza lavoro non potrei godermi la bellezza dei momenti liberi”.

In “Intolerable Cruelty” interpreta la parte di un avvocato divorzista di grande successo del foro losangelino che trova pane per i suoi denti nella pluri-divorziata Zeta-Jones, collezionista di mariti e cospicui alimenti. È la seconda volta che Clooney lavora coi fratelli Coen, dopo la commedia rétro “Oh Fratello, dove sei?” in cui sfoderava un baffetto alla Clark Gable e un accento del sud di un personaggio alla Faulkner. “Cerco di fare un cinema originale e interessante, come Hollywood faceva negli anni ’70, quando registi come Mike Nichols, Cassavetes, Pakula, Altman, Lumet realizzavano quello che volevano all’interno degli studios. Una volta le major finanziavano un cinema indipendente, che è quello che vogliamo fare noi con la Section Eight: vuoi fare un piccolo film con Julia Roberts? Te la diamo. Vuoi Al Pacino? Eccoti servito. Con i Coen si respira la stessa aria: stiamo sulla stessa lunghezza d’onda in quanto a estetica e intenzioni cinematografiche”. Dice di non essere ancora sicuro del suo cachet come attore. “Julia Roberts o Tom Cruise possono ‘aprire’ un film, ovvero riempire i cinema solo sulla base del loro nome sopra il titolo: io no”. Dice sul serio? “Ho l’impressione che la giuria stia ancora discutendo il mio caso. Non sono sicuro che Hollywood sappia cosa farsene di me. Ma a me stesso ci penso da solo, per questo mi associo a gente come Soderbergh o i Coen. Mica aspetto il tycoon, al quale quel giorno gira bene, decide che gli sto simpatico e allora mi chiama.” Insomma, si gode davvero la vita Clooney? “Certo. Ho amici bellissimi, mi sento parte integrante di una comunità creativa e tutti sembrano tifare per me, anche se mi dicono che sono la Anna Kournikova del cinema: fotogenico, corteggiato, non ho mai vinto un torneo importante”. Non è vero: “La tempesta perfetta” e “Ocean’s 11” sono stati enormi successi commerciali. “Beh, non male per un quarantenne coi capelli bianchi”, taglia corto Clooney. E conclude: “Lusso in questo mestiere è potersi permettere quando, come e soprattutto con chi lavorare. In questo senso ho più successo di Brad Pitt e Ben Affleck messi insieme. Che poi se li chiamo vengono da me scodinzolando”. E se la ride di gusto.

dalla rivista LUXURYfiles: A QUESTION OF STYLE