Robert De Niro
Robert De Niro è uno di quegli italo-americani che si riconoscono in una sola patria: New York. Ma di cinema italiano, pur conoscendo appena la lingua dei suoi nonni emigrati in America, il grande attore paradigma della generazione post-Brando può parlare a ragion veduta. De Niro, 60 anni, ha infatti lavorato con Bernardo Bertolucci in “Novecento” e con Sergio Leone in “C’era una volta in America”, due celebri classici del nostro cinema. Ha inoltre vinto un premio Oscar come migliore attore non protagonista nel 1974 per il ruolo del giovane Vito Corleone (Marlon Brando, da vecchio), recitando in uno stretto dialetto siciliano (appreso foneticamente ed espresso in maniera convincente), come fosse un film in lingua straniera. 63 film alle spalle (da “Greetings” di Brian De Palma, nel 1968 a “Godsend”, uscito proprio quest’anno, in cui De Niro interpreta uno scienziato che conduce segretissimi – ed illegali – esperimenti sulla clonazione umana), un Oscar anche come migliore attore per “Toro scatenato” nel 1980, attore, produttore, regista (“A Bronx Tale”, 1993), proprietario di ristoranti e adesso anche fondatore e direttore di un festival cinematografico, il sempre più seguito Tribeca Film Festival, De Niro ricorda l’impatto dei film neorealisti e del cinema italiano del dopoguerra in generale sulla sua formazione di attore.
“Ricordo i film di Fellini, ‘La Dolce Vita’, ‘Otto e Mezzo’, ‘Amarcord’, ma anche certi lavori di Pasolini e di Rossellini,” dice De Niro, noto per la sua riservatezza e una ostinata avversione alle interviste (questa è un’eccezione). “Marty [Martin Scorsese, con cui De Niro ha lavorato in otto film, ndr] sa tutto del cinema italiano, e molte cose me le ha segnalate lui. Mi ricordo che al tempo delle riprese di ‘Mean Streets’, la nostra prima collaborazione - sara’ stato il 1972 - era uscito in un cinema di New York ‘Il giardino dei Finzi-Contini’: facemmo a botte per entrare. Mi commosse molto. Marty conosce tutto il lavoro di De Sica, naturalmente. Io no, ma le poche cose che ho visto mi hanno molto toccato, come ‘Umberto D.’”
“Era quello un periodo in cui il cinema straniero d’autore interessava non solo ai giovani studosi e cinefili, ma al pubblico generale,” continua. “Oggi non è più così: c’e’ la calca ai cinema per vedere le stesse cose, non le chicche venute chissà da dove.”
Col suo Tribeca Film Festival De Niro intende propro rivitalizzare l’altro cinema, quello fuori dai mandarinati delle case di distribuzione. “I film di cassetta vanno benissimo, li faccio anche io: ma bisogna garantire al pubblico la libertà di scelta. Come quando uno entra in una libreria: all’ingresso c’è il banco colmo di best-sellers, ma dietro ci sono scaffali pieni di libri più oscuri e forse bellissimi.”
De Niro non esita ad ammettere la mancanza di una struttura accademica funzionale all’esercizio e all’insegnamento dell’arte della recitazione. “Non ho studiato cinema: ho studiato recitazione,” dice. “Non sono uno che si è formato sui libri, ma leggo bene le persone.”
Scorsese dice che “il coraggio e la compassione” sono le due qualità che fanno di De Niro un attore unico. “Ha una maniera quasi sconcertante di identificarsi col suo personaggio, sia esso un buono o un cattivo. E in special modo si identifica con quelli che hanno i peggiori difetti. De Niro sembra capace di comprendere o almeno interpretare il personaggio, dunque si astiene dal giudicarlo. E il pubblico risponde a questo stimolo.”
In “Godsend”, il cui tema, la clonazione, sembra uscito dalle pagine dei quotidiani, De Niro interpreta un professore di biologia che si dichiara in grado, grazie alle sue avanzate ricerche, di riportare in vita l’adorato figlio di Greg Kinnear e Rebecca Romijn-Stamos clonando una cellula del piccolo appena morto in un incidente stradale: il nuovo bambino sarà esattamente come l’originale, sia a livello fisico che psicologico. Ma, ovviamente, qualcosa va terribilmente storto. “La clonazione non è un soggetto che si può ignorare,” dice De Niro. “Possiamo anche fare gli struzzi, non pensarci, evitare le prove effettive, ma la scienzaè qui e ci obbliga a porci questi quesiti. E’ come l’energia nucleare, una volta stabilitane la sua esistenza, tanto vale esplorarla in modo positivo. Così con la clonazione: se mia figlia morisse e mi dicessero che potrei avere una copia identica, cosa farei? Non lo so, ma ci penserei su dieci volte. Soprattutto quando fa la birichina, vorrei clonarla per una ragazzina più buona!”. aggiunge ridendo.
De Niro è stato celebrato esattamente un anno fa dall’American Film Institute con un premio alla carriera, una cerimonia cui hanno partecipato stuoli di prominenti attori, registi e produttori che hanno ricordato il “genio minimalista” di De Niro. “Bob è il ‘e.e. cummings’ degli attori,” ha detto Edward Norton, insieme a cui ha recitato nel recente “The Score” (con Marlon Brando), paragonando l’economia del suo stile a quella del poeta americano. Eppure De Niro è anche noto per la ossessiva meticolosità con cui si prepara ai personaggi, sia per mettere su 25 chili per interpretare il pugile Jack la Motta in “Toro Scatenato” o rinchiudersi in un ospedale psichiatrico e svolgere ricerche sui malati di mente per “Risvegli”. Scorsese ha poi ricordato come “De Niro ha internalizzato l’intepretazione del personaggio più dei suoi predecessori, Brando, Montgomery Cliff o James Dean, i quali tendevano a effetti piu’ spettacolari.” De Niro in “Taxi Driver”, ad esempio, dava l’impressione di essere così posseduto dal personaggio del tassista angelo vendicatore che quasi non doveva recitare. “De Niro va oltre la recitazione,” ha detto Scorsese. “Coglie la natura di un comportamento e lo traduce per lo schermo: è puro genio.”
Con l’età, De Niro ha imparato a dosare le energie in termini di investimento emotivo, fisico e soprattutto temporale per i suoi personaggi, ma non ha rallentato le sue attività fuori dello schermo. Inoltre si è riscoperto attore comico: successi come “Meet the Parents” e “Analyze This” (e il seguito “That”) gli hanno dato la possibilità di prendersi bonariamente in giro. “Sono ruoli che faccio a occhi chiusi,” confida De Niro nel suo tipico modo sbrigativo ed evasivo, che non concede nulla alle speculazioni. “Mi pagano bene per recitare in questi film, a me non costa molto farli, il pubblico si diverte, che c’è di male?” Grande maschera drammatica, si è riscoperto anche attore d’azione in thriller come “Ronin”, “The Score”, “Heat” e “15 minuti”.
Anche adesso, fuori dallo schermo e fuori dal personaggio, De Niro è schivo quasi al punto di rischiare l’anonimato. Si dice che durante certe letture di prova per un film gli altri attori non si erano accorti della sua presenza finché non era arrivato il suo turno di parlare. Le sue interviste risultano comicamente concise (ogni tanto lui stesso si ride addosso), il che è anche comprensibile alla luce della complessità della sua situazione personale e familiare: due matrimoni alle spalle, cinque figli, inclusi due gemelli da una madre surrogata, una causa di riconoscimento di paternità risolta dopo dieci anni di scaramucce legali, e nel mezzo scorte di bellissime fidanzate prevalentemente di colore. Di tutto ciò ovviamente De Niro non fiata. Nell’ambiente del cinema è amato senza riserve (“Non solo un talento straordinario, ma un uomo di onore, generoso, buono,” dice Scorsese.)
De Niro anche imprenditore: è proprietario del Tribeca Grill, a Manhattan, nella palazzina del quartiere sotto Canal Street ove è situato il quartier generale della sua Tribeca Productions, che ha svolto un ruolo fondamentale anche a livello politico nel rivitalizzare le produzione “on location” a New York dopo anni di depressione. Sempre a New York ha aperto il Tribakery, il Nobu e il Next Door Nobu. Ha San Francisco ha il Rubicon, a Los Angeles Ago, a Londra Nobu London. “A vederlo così non si direbbe proprio sia un tipo da fondare una compagnia cinematografica, creare un festival, aprire ristoranti,” dice di lui l’attore Charles Grodin, con cui De Niro ha recitato in “Midnight Run” (1988). “E non è che quando stai con lui hai l’impressione di parlare con Donald Trump. Eppure Bob ha sempre la dritta giusta. Quando giravamo il nostro mi ricordo, infatti, che mi sussurrava all’orecchio di starmene alla larga dall’hotel dove si trovava tutta la troupe e di stare invece in una pensioncina poco conosciuta che aveva una vista stupenda o di non andare in un certo ristorante perché lì vicino c’era un bistrot francese favoloso dove si mangiava benissimo e di cui nessuno sapeva. Insomma, uno con una visione del futuro, e della qualità della vita.”
Interrogato su questo punto, De Niro stavolta non si risparmia: “Le mie radici italiane mi hanno dato un senso innato della bellezza delle cose, del sapersi godere la vita, riconoscere il bello dal brutto, il buono dal cattivo. L’ho visto anche nel cinema: il trionfo della gentilezza e dell’umanità. Io non sono qui per arrivare primo, per essere chissa’ chi: sono qui per vivere una vita piena, capire e dedicarmi a chi voglio bene. E sia detto per inciso, secondo me business e arte non si escludono a vicenda. E questo per me è il vero lusso!”.

