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Limited Edition
Continua il viaggio tra i migliori CD attualmente in circolazione destinati a pochissimi appassionati.

È ormai buona consuetudine, da parte nostra, segnalarvi le uscite migliori del mercato import: il made in Japan e quello made in Usa, che da qualche numero in qua ci affascina non poco. Nel segnalarlo non neghiamo che coinvolge l’intera redazione nell’ascolto di questi rari quanto belli CD per “pochi” e che portiamo alla “luce” per voi lettori.

Michael McDonald
Motown (Universal Import)
Cominciamo con il grande cantante Michael McDonald, ex-vocalist dei Doobie Brothers e poi grande voce solista. “Un nero a metà” nel vero senso del termine: ha una voce che non ha nulla da invidiare ai più grandi cantanti di colore. Ed è proprio il leitmotive della musica nera, quella migliore, che offre lo spunto e l’ispirazione al grande Michael McDonald per cimentarsi nel vastissimo repertorio della storica label Motown: l’album non a caso si intitola, per l’appunto, “Motown”. L’americano dai capelli bianchissimi rende omaggio ai grandi cantanti, quelli più importanti e che hanno segnato le varie epoche, della soul music, quali Stevie Wonder, Marvin Gaye, Smokey Robinson, Diana Ross, ecc.
Uno dei pochi bianchi che può permettersi il lusso di trattare, con la sua voce di “nero asfalto”, le cose migliori che la comunità nera ha composto nell’arco di trent’anni senza far rimpiangere le versioni originali; il tutto attraverso una seducente voce che incantò milioni di fan nei 70s. L’album sa di una “ventata di fresco” che, in questa torrida estate appena alle spalle, arriva da lontano per donarci sollievo e nel coglierci di sorpresa ci fa anche compagnia. I brani sono di primissima scelta: ”I Heard It Through The Grapevine”, “Reflections”, “I Want You” e la melodica, ritmica e corposa “Too High” di Wonder. In versione “Super-Audio-Cd” un album che riassume elegantemente la storia della Soul/Black e che dimostra quanto siano attualissime queste immense composizioni.

Souad Massi
Deb (Island Import)
La voce e lo stile, a primo impatto, rievocano certamente (e molto da vicino) la migliore Joan Baez e la prima Tracy Chapman. La splendida cantautrice algerina Souad Massi, senza ricorrere alla musica più celebre del suo paese d’orgine, il raì, arriva al suo secondo album ad altissimi livelli: il titolo del lavoro è “Deb”. Consolidando in questo maniera il suo “tocco francese” mescolato al folk migliore internazionale, alla musica del suo paese per spingersi fino alla tradizionale canzone francese, quella di classe e macchiata di arabesche melodie che resero celebre la “divina” Jean Moreau. 31 anni, di cui 5 passati a in Francia, più precisamente a Parigi, la bella e brava Souad recupera il meglio della musica etnica del suo paese fino ad incrociare le migliori armonie della cantante turca Sezen Aksu (soprattutto quella dell’album con Goran Bregovic). Se il primo disco, “Raoui” (1999), lasciò di stucco la critica di mezzo mondo incantando per originalità e spessore artistico, “Deb” è la (ri)conferma di un talento cristallino e inequivocabile, che alla prima nota, intonata dalla voce, è facilmente riconoscibile. C’è un senso costante di bello che si muove, oscilla e percorre tutto l’album, ed è per questo che forse ci lascia incantati e, al tempo stesso, sotto “ipnosi”. “Maestra” nel cantare sia in madrelingua (arabo) che in francese, la Massi ci rivela con grande modernità le sue antiche origini, e lo fa attraverso il recupero delle radici e della sua formazione di base classica, creando una mix fino con il flamenco gitano, ed inserendo infine gli strumenti arabi tradizionali. Tutto ciò potrebbe apparire a molti di noi del tutto straniante e invece si rivela una combinazione vincente come non mai. “Deb” è tutto ciò che la musica dell’anima può esprimere: ritmi del Congo, percussioni arabe, chitarre spagnole ed una incredibile abilità di singer-songwriter.

Brian McKnight
U Turn (Universal Import)
Sicuramente uno dei più grandi talenti del R&B internazionale, Brian McKnight ritorna sul mercato dopo un periodo di silenzio caratterizzato anche dalla separazione con la moglie. L’album, nelle liriche, risente di questi sconvolgimenti sentimentali che devono averlo segnato non poco. Tornando alla musica (anche essa risente di fatto della sua vita privata), va detto che sono più i momenti “lenti” (ballads) che quelli più funky e ritmici a cui McKnight ci aveva abituato in passato. Anche se l’anima romantica di McKnight viene fuori in tutta la sua interezza in questo ottimo “U Turn”, dove l’amore, il sentimento, la ragione e il torto si misurano attraverso le parole mescolate ai suoni limpidi, cristallini che lasciano il segno al primo ascolto. Il brano omonimo che da il titolo all’album, “U Turn”, è davvero un perla per intensità e gusto nella scelta degli accordi e delle armonie; qui ritroviamo il McKnight più “talentuoso”, più istintivo, quello che apparì nei 90s e che poi divenne una vera e propria icona di riferimento per tutto il R&B internazionale. Va anche detto che “U Turn” è uno di quegli album che ha bisogno di tempo: deve stagionarsi come del buon vino rosso e corposo prima di farlo proprio. Per questo lasciatelo girare sotto la puntina laser più di una volta prima di giudicarlo. C’è molto jazzy in queste composizioni e, al tempo stesso, c’è una parte del CD very very cool, dove il vocalist coloured Brian gioca fra pianoforte e voce come certi crooner (cantanti confidenziali) jazz degli anni ’50. Tutto ciò è particolarmente piacevole se uno gradisce la musica moderna che attinge con sobrietà e discrezione alle cose migliori della musica del passato. Sono d’amare (senza nessuna riserva) i falsetti vocali che molti dei brani contengono e che McKnight affronta come pochi cantanti al mondo. Tredici brani apparentemente semplici, sostenuti da una struttura easy-listening (pur mantenendo il R&B alla base di ogni singola nota e ritmica) ma, come amano dire gli americani… “easy no play”, cioè, “facili d’ascoltare, difficili da suonare”. Brian interferisce con il R&B in circolazione innovandolo e dimostrando alle nuove leve la grande capacità di cui è dotato, ribaltando i soliti loop e campionature trite e ritrite dei giovani hip-hoppers e rapper dell’ultima ora. Brian McKnight, dopo aver raccolto dischi di platino come se fosse pioggia caduta dal cielo, torna per dimostrare al mondo della black music che lui c’è e che esiste ancora, artisticamente parlando. E tutto ciò è riscontrabile negli splendidi brani che, grazie all’originalità degli arrangiamenti, “U Turn” contiene. Un album ricco di dolcezza nei suoni scelti e di assoluta classe nelle armonie cantate che la sua voce unica sprigiona: delicata, baritonale, morbida che galleggia con una facilità che sembra non richiedere alcun sforzo. McKnight si occupa della maggior parte della produzione dell’album, scrivendo tutti i brani presenti, i cori e indirizzando al meglio i musicisti. Un album da rintracciare e da non perdere, prima che le ultime copie vadano a ruba in quei pochi negozi specializzati che ne sono ancora provvisti.

dalla rivista LUXURYfiles: A QUESTION OF STYLE