Aggiungi questa pagina ai tuoi preferitiStampa questa pagina

Al Pacino

A quasi 65 anni, Al Pacino ha ancora qualcosa dell’enfant terribile di Hollywood, quello che aveva fatto tremare negli anni settanta con ruoli intensi in film come “Il padrino”, “Serpico”, “Un pomeriggio di un giorno da cani” o “Scarface”. Lui potrà pure definirsi un “old timer”, un veterano che ha visto tempi migliori, ma il fuoco negli occhi dell’attore è rimasto tale: uno sguardo di un’intensità che lascia di stucco. La sua faccia famosa è segnata da rughe che si fanno più evidenti che mai quando sorride, perché l’enigmatico Al Pacino ride spesso e proferisce battute più di quanto la sua ritrosità nell’incontrare i giornalisti e rispondere alle loro domande, alle quali si presta volentieri però quando ha un film da promuovere, possa far pensare. “Con l’età ho scoperto la leggerezza,” afferma. “Da giovane ero tenebroso, incasinato, è vero. Come dice quella canzone di Bob Dylan: era più vecchio allora, ed è più giovane adesso.”
Recentemente Al Pacino, uno dei più importanti italo-americani della generazione di Robert De Niro, Martin Scorsese, Brian De Palma e Francis Ford Coppola, per citare i più noti, parla con gioia della versione cinematografica del “Mercante di Venezia” con cui torna al suo grande amore per Shakespeare, quello che all’inizio della sua vita lo aveva portato al palcoscenico e alla recitazione. Nel film, diretto da Michael Radford (Il postino), Al Pacino interpreta l’ebreo usuraio Shylock. Nei sogni del regista Michael Radford, Shylock avrebbe dovuto essere interpretato da Marlon Brando: “Non posso farlo” - gli aveva risposto Brando, morto proprio la scorsa estate a Los Angeles -, e l’unico attore in grado di farlo, a mio avviso, è Al Pacino.”
E così è stato. Nei panni dello strozzino Shylock, Pacino “guida” un illustre cast composto da Jeremy Irons (Antonio), Joseph Fiennes (Bassanio), Lynn Collins (Portia) e Zuleikha Robinson (Jessica). Un film in costume ambientato nelle località stesse immaginate dal Bardo, con attori avvolti in abiti del sedicesimo secolo, dozzine di comparse, una troupe mista di americani, inglesi e italiani per la commedia scritta nel 1590, una trama centrata sull’ostilità fra nobiluomini cristiani e un mercante ebreo usuraio.
Radford, autore anche del copione, dà credito a Pacino per aver “dato la schicchera” che ha consentito l’avvio dei lavori. “Ho sempre pensato di essere destinato a recitare Shylock,” dice Al Pacino, spiegando la sua passione per il progetto. “E’ uno dei più grandi personaggi della letteratura mondiale.” Brando aveva ragione: Pacino è perfetto nel ruolo dell’avaro e vendicativo Shylock. Non fa rimpiangere Michel Simon nella versione girata da Pierre Billon nel 1952, né Laurence Olivier in quella televisiva del 1973. Orson Welles girò un “Mercante di Venezia” per la televisione americana nel 1969 (recitando Shylock), ma la pellicola misteriosamente sparì prima di vedere la luce.
Pacino dice di aver interpretato Shylock come un personaggio “né buono né cattivo, piuttosto un uomo che trovatosi in una certa situazione non si comporta bene.” La sua ossessione con Shakespeare, ben documentata nel suo proprio documentario “Looking for Richard”, sulla messa in scena di Riccardo III, è ben nota. “Provo quasi una devozione e un dovere nei confronti del linguaggio di Shakespeare,” dice l’attore.
Nato Alfredo James, Pacino ama parlare della recitazione, che tende ad analizzare fino alla maniacalità (e si sa con che precisione si prepara ai ruoli), parlando di cinema, di teatro, lasciando senza risposta le domande sul privato. Nonostante sia cosiì famoso, i dettagli della sua vita personale rimangono avvolti nel mistero. Si sa solo che vive in una casa piena di libri nei sobborghi di New York, sul fiume Hudson. Il venerdì sera, quando non lavora, gli piace riunirsi con degli amici per giocare a poker. Gioca a scacchi. E’ un intellettuale. Nel corso degli anni è stato sentimentalmente legato ad attrici come Diane Keaton, Jill Clayburgh, Marthe Keller. Ha una figlia di 14 anni, Julie, che vive con la madre, l’insegnante di recitazione Jan Tarrant con cui Pacino aveva avuto una breve relazione, e due gemelli di quattro anni, Anton e Olivia, nati dall’attrice Beverly D’Angelo con cui Pacino convive dal 1997.

Lei è nato ad Harlem, ed è cresciuto nel Bronx. Si dice abbia sviluppato l’amore per la recitazione fin da giovane. Immagino non fosse una scelta popolare fra i coetanei nel Bronx.
Ovvio che no, nessuno aveva mai sentito parlare di carriera d’attore. Intendiamoci: alcuni dei ragazzini con cui sono cresciuto hanno studiato, altri si sono dedicati allo sport, molti si sono dati alle droghe e ad altre attività illecite. Ma la recitazione non era una realtà contemplabile.

Come le è venuta la passione?
Mia madre mi portava sempre al cinema quando tornava dal lavoro. Mi ricordo una volta che avevo 14 anni e mi recai al Teatro Elsmere del Bronx per vedere una compagnia itinerante che recitava “Il gabbiano” di Checov. Come fossero arrivati a quel teatro non so, perché aveva circa tremila posti a sedere e in platea ci saranno state non più di quindici persone, me compreso. Ma non avevo mai visto o udito niente del genere. Rimasi folgorato. Iniziò tutto da lì.

E si iscrisse all’Actor’s Studio?
Qualche anno dopo. Mi trasferii nel Greenwich Village e mi mantenevo con ogni tipo di lavoretto, cambiando appartamento ogni tre mesi e prendendo lezioni di recitazione. Mi trovai così a contatto con la vitalità del Village degli anni sessanta, ne rimasi colpito, influenzato, stregato. In breve, mi ci innamorai. La gente, la cultura, lo stile di vita del Village ebbe un impatto fortissimo su di me. Approdai infine all’Actor’s Studio, sotto la tutela di Lee Strasberg e del suo ‘metodo’ di recitazione.

Ha recitato in teatro, si era fatto anche un nome fra gli appassionati. Ma fu nel 1972, quando Coppola lo volle per “Il padrino” nel ruolo di Michael Corleone, che assurse a notorietà internazionale.
E pensare che non volevo far parte di quel film, non mi ci vedevo in quel personaggio. Coppola insistette molto per avermi. Mi fidai della sua visione. Credeva più lui in me, che io stesso. Ma col successo del film, inaspettato, tutto cambiò: la notorietà il successo: nulla era come prima. Ero sconcertato. Faticai ad aggiustarmi al nuovo regime. Alcuni giovani attori hanno un sistema di sostegno intorno a loro che gli consente di gestire meglio le conseguenze del successo. Io non ce l’avevo. Le due persone per me fondamentali, mia madre e mio nonno – mio padre, separato da mia madre quando io ero piccolo, è sempre stata una figura distante – morirono a poca distanza l’una dall’altra prima che la ‘bufera’ arrivasse. La loro scomparsa lasciò un vuoto che ancora mi fa soffrire. Passai un periodo molto, molto nero. Iniziai anche a bere: dopo qualche anno mi rivolsi agli Alcolisti Anonimi, e smisi. Insomma, ci ho messo più tempo ad abituarmi a convivere con la mia fama di quanto avrei voluto.

Lei continua ad essere una persona sfuggente...
È infatti il mio ‘modus operandi’. Meno il pubblico sa della tua personalità, più facilmente accetta il personaggio che stai recitando. Una volta gli attori si mettevano delle maschere sul volto quando recitavano a teatro. È bellissimo avere una maschera, è molto liberatorio.
Ogni tanto dice che vorrebbe lasciare il cinema, e invece negli ultimi anni ha dato performance incredibili, come il suo recente Shylock.
Per mia fortuna mi smentisco regolarmente! A volte è vero che mi prende la voglia di fare teatro e basta. Il teatro è il mio habitat naturale. Intendiamoci: fare cinema mi piace. Ma interpretare film non è più divertente come una volta. È un’esperienza troppo frammentaria, giri un minuto al giorno, devi sempre aspettare, finisce per essere noioso. Quando fai teatro è tutta un’altra cosa, cammini sul cavo sospeso senza rete sotto, qualcosa può accadere nella tua immaginazione che influisce sulla tua maniera di recitare per il resto della tua vita. Adoro lo stile di vita del teatro, quell’orientamento della giornata verso l’apertura del sipario alle otto di sera, e quando ti abitui in quel modo, è poi difficile farne a meno. Quando ho fatto il mio film-documentario “Looking for Richard” parlavo anche di queste cose, della vita di attore, di cosa significa recitare.

Cosa la spinge dunque a tornare sempre al cinema?
Ho scoperto che tutto fa parte della stessa vitalità. Siamo attori e basta, siamo maschere, fateci lavorare. Quando vinsi il ‘Premio Tony’ a Broadway (per “The Basic Training of Pavlo Hummel”) sentii una profonda gratitudine nei confronti del teatro perché mi permetteva di fare cinema e nei confronti del cinema che mi permetteva di fare teatro. Credo di essere stato capace di far combaciare le due carriere. E credo di essere stato bravo in entrambe, e non potrei chiedere di più. Potrei smettere, è vero, non avrei niente da rimproverarmi, nessun rancore per occasioni perdute. Ma ho ancora voglia di fare delle cose e divertirmi.

Con “Il Mercante di Venezia” ha potuto unire teatro e cinema, in un certo senso…
E infatti non mi dispiacerebbe trovare altri ruoli shakespeariani da portare sullo schermo. Penso che si dovrebbe fare più spesso, il cinema ti dà l’opportunità di prendere quell’umanità che Shakespeare scriveva nei suoi personaggi ed esprimerla in modo ancora più dinamico che al teatro. Farei un altro Shakespeare subito. Magari prima in teatro, e poi in un film.

Un paio d’anni fa lei ha girato “Simone”, in cui prendeva in giro le eccessive esigenze delle celebrità di oggi. Ricordando la sua carriera, ricorda qualche sua richiesta eccessiva?
(ridendo) Far atterrare il mio aeroplano nello studio? O farmi portare il mio elefante sul set? Non mi viene in mente, anche se devo aver chiesto qualcosa di strano, dopo 40 anni che faccio questo lavoro! Il fatto è che dopo tanti anni che sei su un set, e lavori 14 ore al giorno, 12 delle quali sono di attesa, quello che vuoi è un posto decente dove ti possa costruire un piccolo mondo, un camerino che diventa la tua stanza. Un paio d’anni fa ho fatto un film in cui mi avevano dato un camerino senza finestre; oggi non potrei mai più farlo. Posso stare in una stanza piccola, purché abbia una finestra. Non posso lavorare senza finestra. Tutto qui, questi sono i miei piccoli lussi, che inserisco nel mio contratto. A volte prendo meno soldi pur di avere questi lussi.

Con dei bambini piccoli, come è ora essere padre?
Penso oggi di essere un padre molto più presente di quanto non sia stato la prima volta. La mia famiglia è la cosa più importante della mia vita. Con i miei bambini vivo un senso generale di conforto, mi sento a casa, sono certo di appartenere a qualcuno, cose che non avevo mai sperimentato prima. Mi fanno sentire reale, più che mai. E mi fanno sentire giovane. Cronologicamente parlando, lo so che ho una certa età, ma non riesco a pensare troppo ad essa, né a giudicare la gente in funzione di questo fattore. Forse sono fortunato....

Il segreto?
Essere magri, non ha importanza quanti anni hai, purché rimanga magro. E’ il mio miglior consiglio! E ora che ho passato i 60, ho scelto di sentirmi bene! Vorrei venir ricordato come l’unico uomo vissuto fino a 250 anni! E uno che ha avuto l’opportunità di fare quello che ha sempre voluto!

dalla rivista LUXURYfiles: A QUESTION OF STYLE