John Travolta
Attore, aviatore, miliardario, seguace di Scientology e notorio bon-vivant, John Travolta, 51 anni, è ora alle prese con la stesura della propria autobiografia. “So che iniziare una autobiografia a 50 anni potrebbe sembrare ridicolo... ma non se uno ha vissuto una vita come la mia.” La sua implicita arroganza è neutralizzata da una totale mancanza di falsa modestia. Sa perfettamente di essere un divo e il fatto di non far nulla per nasconderlo lo rende curiosamente accessibile. “Ho vissuto tante esperienze, continuo a viverne, e devo sbrigarmi se non voglio riempire due libri. E non ho voglia di scrivere due libri. Ho già scritto un capitolo sulla Pincipessa Diana e quella notte in cui ballammo insieme alla Casa Bianca. Ho scritto sui miei aerei, sul mio rapporto con Marlon Brando, su mia moglie [l’attrice Kelly Preston, ndr.] e i miei figli, e soprattutto sui miei incontri con presidenti, re, regine e potenti in genere del mondo. Lo stile è vignettistico, veloce ma lirico. Mi si addice. Per 30 anni ho concesso interviste. Ora mi concedo il lusso e la gioia di scrivere io stesso di me stesso!”
Ride di gusto mentre, puntualissimo come suo solito, tende la mano fissandoti negli occhi - proprio come fa Chili Palmer in “Be Cool”, il suo ultimo film - e dice: “Piacere rivederla di nuovo”. Ha un’infallibile memoria, sa ascoltare e ha un modo seducente di farti sentire in quell’istante la persona più importante. Una qualità forse ereditata per osmosi da Bill Clinton, da lui perfettamente imitato in “Primary Colors” (1998). Travolta ha qualcosa del Capo di Stato, sicuramente un flair per la formalità e la diplomazia che lo rende personaggio unico a Hollywood. Nessuno come lui tiene al bon-ton. Noto pilota d’aerei (l’aviazione è la sua grande passione, insieme al cinema e alla Chiesa di Scientology), “ambasciatore di volo” per la linea aerea australiana Qantas, Travolta veste l’uniforme quando è al comando del suo Boeing 707 ed esige con fermezza che il suo equipaggio l’indossi. Con Travolta non si sgarra. Ma al contrario di un politico di professione e della sua ricchezza alla Donald Trump, l’attore americano è un tipo alla mano: non esistono tabù, non c’è argomento che non si possa affrontare con lui.
Da “La febbre del sabato sera” a “Be Cool” nessuno meglio di Travolta ha incarnato il trasandato sognatore americano che immagina la bella vita. Di persona, trasandato non lo è affatto, ma la bella vita è ciò che per lui conta. Guadagna 20 milioni di dollari a film, ma anche quando le cose non gli andavano bene con il cinema, prima del “ritorno” con “Pulp Fiction” (1994), era ricco: quando fece “La febbre del sabato sera” e “Grease” ebbe l’accortezza di richiedere i diritti delle colonne sonore, che nel corso dei decenni gli hanno fruttato miliardi. Possiede e pilota un Gulfstream II e un Boeing 707, parcheggiati nella sua villa “fly in-fly out” di Ocala, in Florida, una magione stile Lloyd Wright con tocchi di terminal areoportuale anni ’50, con finta torre di controllo e, nel retro, con una vera pista di atteraggio privata di due chilometri. I Travolta possiedono altre case: un ranch con cottage stile inglese di 22 stanze nel Maine e una villa a Brentwood, un ricco quartiere vicino all’oceano nell’area di Los Angeles.
Perennemente serafico e di collaudata cortesia, da tutti riverito, magnetico anche nel ruolo di uno scrittore alcolizzato alla Tennessee Williams in “A Love Song for Bobby Long” o del capitano dei vigili del fuoco in “Ladder 49”, Travolta è sposato dal 1992 con l’attrice Kelly Preston, dalla quale ha avuto due figli: Jett (12 anni) ed Ella Bleu (quattro). Ha da poco finito di girare il poliziesco “Lonely Hearts”, in cui interpreta un detective.
John, da dove proviene la sua passione per il volo?
In New Jersey, dove sono nato e cresciuto, ci passavano sopra la testa gli aerei che provenivano dall’aeroporto ‘La Guardia’. Mi facevano sognare. E poi il disegno degli aerei, l’uniforme dei piloti, la dimensione di viaggio, tutto ciò mi faceva battere il cuore. È una storia d’amore molto romantica.
In che misura il volo le ha cambiato la vita?
Mi ha fatto sentire realizzato, ha alimentato il mio senso di avventura, continua ad ispirarmi. Mi ha messo a contatto con mondi e gente differenti. E più vasta è l’esperienza, meglio tu vivi qualsiasi cosa tu faccia.
Lei ha svolto addestramenti con i Jumbo 747 della Qantas. Quali altri obiettivi ha, sempre a livello di aviazione?
Volerò presto sul nuovo A380. Spero anche di pilotare il supersonico X Prize. Una compagnia mi ha offerto di pilotarlo per un volo suborbitale a scopo promozionale, ma anche per la mia voglia di suspense. Non vedo l’ora.
Si dovrà preparare a lungo?
Per almeno tre mesi. Sarà difficile trovare il tempo con tutte le cose che faccio. Ma lo troverò. Con la Qantas faccio un mese all’anno di training, soprattutto un aggiornamento sulle emergenze e sugli strumenti di bordo. La pronta risposta alla difficoltà è fondamentale nel volo. Sono abituato ad affrontare situazioni di emergenza, e non solo simulata: una volta è andato in tilt il sistema elettrico del mio Gulfstream, ma sono riuscito ad atterrare senza problemi. Grazie al mio training. Per questo nel cinema non ho paura di calarmi in qualsiasi ruolo, anche il più rischioso.
Ron Hubbard, il fondatore di Scientology, aveva scritto sull’aviazione, vero?
Esatto, era un pilota anche lui e un grande conoscitore della materia. La tecnologia è alla base della sua filosofia. È una tecnologia funzionale, che ti aiuta a pilotare meglio la tua vita.
In che misura attribuisce il suo successo a Scientology?
Nella maniera in cui mi ha aiutato ad affrontare i fallimenti ed aggiustare certe situazioni partendo dal presupposto della responsabilità individuale: sono io che ho creato questo ‘casino’, sono io che devo e posso accomodarlo.
C’è chi dice che sia una pseudo religione o perfino un culto. Cosa risponde?
Scientology, a mio avviso, ti insegna a pensare con la tua testa. Dunque è il contrario della religione. Non è un sistema di credenze, ma piuttosto di pratiche che ti aiutano a dare il tuo meglio. Ti aiuta a trovare la chiarezza e capire cosa ti sta succedendo. Per me ha costituito uno strumento di crescita utilissimo.
Lei è anche coinvolto in un programma anti-droga associato con Scientology, Narconon. Di che si tratta?
Aiuta i tossicodipendenti e la percentuale di successo – di disintossicazione – è del 75%. Ma facciamo anche campagne per abolire psicofarmaci come il Ritalin, letali per i giovani. Molti dei problemi comportamentali hanno a che fare con la nutrizione ed è criminale intervenire con droghe. Se dai zucchero invece di proteine a tuo figlio, la mattina prima di andare a scuola, ti credo che ‘sballa’. Una corretta nutrizione, ripeto, è fondamentale. Per questo ho sempre uno chef personale con me, anche quando giro un film. Se non mangio bene, sto male.
Lei ha passato la soglia dei 50 anni. Per “Bobby Long” si è ingrigito i capelli, appare più vecchio. Ha paura di invecchiare?
Non sullo schermo. Voglio invecchiare con la mia arte. Pensi a Marlon Brando: è rimasto giovane nell’immaginario collettivo, o meglio ancora, senza età. Vorrei mantenere la salute e la produttività per tanti anni ancora. Come Cary Grant, Warren Beatty o Clint Eastwood. Se perdo qualche caratteristica fisica non importa, sono prima di tutto un attore. Ogni tanto penso a Marilyn Monroe o James Dean, simboli della cultura popolare, morti giovani. A me piacerebbe essere un’icona pop che sopravvive, una leggenda vivente e longeva. Il successo postumo proprio non mi interessa.
E per quanto riguarda la sfera del privato, non ci pensa al passare degli anni?
Sono padre di due bambini ed é evidente che mi piacerebbe vivere per sempre, vederli crescere e sposarsi, diventare nonno. In questo senso, vorrei esserci per sempre. Ma la felicità cancella l’angoscia della mortalità. Io mi sento quasi sempre felice. Anche quando le cose non mi andavano bene nel cinema non ho mai perso il mio ottimismo: ho sempre visto il bicchiere mezzo pieno. Una virtù che ho ereditato dai miei genitori.
Ci può parlare di loro?
Mio padre aveva un piccolo negozio di gomme vulcanizzate per auto, mia madre era un’insegnante di recitazione. Eravamo sei figli – io ero il più piccolo –: i soldi erano pochi, ma non ci è mai mancato nulla. Mia madre ci faceva stare a tavola come fossimo a Versailles. I muri della cucina magari erano scrostati per l’umidità e il forno rotto, ma le posate erano d’argento e i tovaglioli ricamati. Quando ci metteva a letto, mia madre non ci leggeva le favole, ci recitava drammi teatrali! Sapevo leggere e scrivere prima ancora di andare in prima elementare.
A casa dunque non mancava mai nulla?
I miei genitori non si sono mai lasciati limitare dalle carenze materiali o finanziarie. Avevamo una piscina di plastica nel cortile sul retro, un barbecue, un camino in salotto. Tutto costruito da noi con pezzi riciclati. Mia madre ci rimediava doppiopetti di Christian Dior per dieci dollari alla Salvation Army! Sono cresciuto leggendo autori come Tennessee Williams, Eugene O’Neill, Steinback: per questo un personaggio come Bobby Long mi sta così a cuore. Ma dentro di me c’è sempre stata una grande voglia di ricchezza, di agio, di vivere la vita nella sua pienezza. Di volare alto.
Cosa fa con i suoi figli nel tempo libero?
Con mio figlio, che è un avventuriero alla Huck Finn, voliamo insieme sull’Ultralight, un piccolo aereo leggero, una sorta di aquilone volante. Con mia figlia saltiamo sulla nostra Mustang – la sua macchina favorita, perché è piccola – e andiamo a fare shopping a Orlando. La domenica organizziamo barbecue e invitiamo amici, poi andiamo a prenderci il gelato a Dairy Queen: la stessa cosa che facevo da ragazzino, le domeniche estive in New Jersey, con mamma e papà. L’altro giorno ho detto a mia moglie: ‘Guarda questa villa gloriosa con i jet parcheggiati nel retro: non è tanto diversa dalla casetta della mia infanzia a Englewood, New Jersey. Questo hot dog è lo stesso Oscar Meyer di un tempo.’ Ogni tanto mi chiedo: cos’è cambiato davvero?

