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Intervista con Nicolas Cage

Manifesto "The Weather Man"

Uomo immensamente ricco (15 milioni di dollari a film il suo cachet), Nicolas Cage potrebbe comodamente adagiarsi sugli allori del cinema commerciale e della bella vita. Ma non è da lui. “Fiorisco nella sfida e nel rischio,” dice l’attore americano, 41 anni, premio Oscar per “Via da Las Vegas” (1995). “Non è mia intenzione immergermi nel lusso di una piscina con un bicchiere di Margarita in mano. Sento il richiamo della tentazione ma ancora di più il bisogno di sconfiggerla. Pretendo la stessa dose di successo e di fallimento. Altrimenti non mi sentirei né uomo né artista. Voglio percepire energia dinamica intorno a me, lavoro meglio nella vibrazione, non nella mollezza. La vita facile non mi interessa proprio.”

Spiega così la sua presenza in due film quanto mai opposti, il provocatorio “Lord of War”, un thriller “verité” sui traffici clandestini di armi nel mondo, e il dramma intimista “The Weather Man”, su un metereologo televisivo in crisi esistenziale, in questo momento entrambi sugli schermi.

Nicolas Cage

Cage è appena diventato padre per la seconda volta (ha un figlio di 15 anni avuto da una precedente relazione): la moglie Alice Kim, 21 anni, una cameriera coreana incontrata in un sushi bar a Los Angeles (i due si sono sposati un anno fa), ha dato alla luce un maschio lo scorso ottobre, e lo hanno chiamato Kal-el, il nome originale di Superman, supereroe favorito di Nicolas Cage, che per anni ha tentato invano di interpretarlo in un remake. Quello con la Kim è il suo terzo matrimonio, dopo quello con Patricia Arquette e quello lampo con Lisa Marie Presley nel 2002, durato appena tre mesi.

Nicolas Cage

Nipote d’arte (lo zio è Francis Ford Coppola, dunque è cugino di Sofia Coppola), Cage è cresciuto in California. Ha rinunciato al cognome Coppola agli inizi della sua carriera, a 19 anni, da “Valley Girl”, nel 1983, suo debutto cinematografico dopo aver studiato recitazione all’American Conservatory Theatre ed aver fatto esperienza in televisione. Ha preso lo pseudonimo da Luke Cage, un supereroe da fumetto - nero - affetto da depressione e insicurezza. Il giovane Nicolas si identificava con lui. Noto per i suoi exploit estremi sullo schermo (per una scena di “Vampire’s Kiss”, nel 1989, si mangiò per davvero uno scarafaggio), Cage ha dato prova di grande versatilità e carisma nel corso degli anni. Passa con disinvoltura dal cinema d’azione e avventura (“Face-Off”, “The Rock” e il recente “National Treasure”) a quello indipendente e d’autore (“Wild at Heart” di David Lynch, “Bringin Out the Dead” di Martin Scorsese, “Adaptation” di Spike Jonze). Dai gusti eclettici ed estremamente riservato, l’enigmatico, imprevedibile Cage guida una Lamborghini e va in giro di notte per i canyon di Malibu con la sua Ducati (“A fari spenti, ogni tanto,” dice con quel suo tono monocorde ma efficace). Vive a Los Angeles ma ha una casa anche a New Orleans, scampata per miracolo, ci dice, al nubifragio di Katrina. Si sta adesso apprestando a girare un altro film controverso, quello di Oliver Stone sul crollo delle Twin Towers l’11 settembre (ancora senza titolo), nel ruolo dell’agente di Port Authority miracolosamente sopravvissuto al disastro insieme a un collega (Michael Pena).

Lo incontriamo in un hotel di Beverly Hills. Giacca e cravatta, come suo costume quando incontra la stampa, è di estrema cortesia - è un meccanismo di difesa la sua formalità? - e si vede che fa di tutto per “concedersi”.

Nicolas, il suo personaggio in “Lord of War” è scomodo: interpreta un ucraino immigrato negli Usa che da piccolo malavitoso diventa un magnate nel mercato clandestino delle armi. “Vendo armi a tutti gli eserciti, tranne quello della Salvezza,” dice nel film. Non temeva una ripercussione sulla sua immagine?

Confesso che ci ho riflettuto mesi prima di accettare la proposta del regista e autore Andrew Niccol. È un personaggio ripugnante. Ma come dicevo, il senso della sfida ha prevalso. Mi affascinava l’idea di renderlo accessibile, quasi piacevole, farne qualcuno con cui possiamo perfino identificarci, a sottolineare l’orrore del soggetto. Dell’immagine non mi preoccupo perché non credo di averne una.

Lei crede dunque che un film debba e possa parlare al pubblico di problemi sociali o politici?

Sono ambivalente al riguardo. In quanto attore mi occupo di svolgere il lavoro e basta, l’interpretazione la lascio agli altri. Ma come uomo non posso non avere opinioni. Ho i miei interessi, mi attivo per cause umanitarie e partecipo alle iniziative di Amnesty International e della Croce Rossa. Può un film come “Lord of War” scuotere le coscienze sui traffici di armi? Spero di sì. Prima di farlo non sapevo che nelle zone di conflitto nel mondo ci sono oltre 300 mila soldati bambini, a cui vengono messe in braccio armi e insegnato a sparare e uccidere ancora prima che baciare una persona. Bambini di età compresa tra gli 8 e i 17 anni. E’ un’aberrazione spaventosa.

Il suo personaggio in “Lord of War” è ispirato a qualcuno in particolare?

È un amalgama di tre diversi trafficanti che Andrew Niccol ha conosciuto durante la fase di ricerca per il film. Strano ma vero è riuscito a entrare in contatto con questa gente, e ci chiediamo perché le autorità internazionali non ci riescano più facilmente. Anche Amnesty International se lo chiede. Nel film emerge anche il ruolo dell’industria militare americana nei traffici di armi a favore dei peggiori dittatori e guerrafondai nel mondo. Non si esce dal cinema fischiettando.

Niccol ha detto che per realizzare il film siete diventati trafficanti voi stessi. Cosa ha voluto intendere?

Nella Repubblica Ceca, dove abbiamo girato parte del film, abbiamo comprato un aereo da trasporto e centinaia di Uzi per alcune scene. Costava meno comprarli veri che fabbricare quelli finti. Non ci è voluto molto. Poi, li abbiamo restituiti alla fine delle riprese, come in una specie di leasing a breve termine. E’ stato semplicissimo. Quasi a voler provare la teoria che è più facile comprare delle armi che droga o medicine.

“The Weather Man” è invece la storia di un personaggio televisivo in crisi con un rapporto difficile con i figli teen-ager, con la ex moglie, col padre scrittore famoso [Michael Caine], di cui subisce un’influenza forse eccessiva. Qual è l’essenza di questa eccentrica storia?

L’incertezza. Il fatto che il personaggio sia un meteorologo è metafora della natura imprevedibile e spesso crudele del destino. Subiamo le influenze più occulte, perché no, anche del clima. Io cambio umore a seconda del clima. Mi piace l’autunno, ottobre, il cielo uggioso, le nuvole grigie gonfie di pioggia. Mi dà quel misto di allegria e malinconia che mi fa sentire più vivo. Ironico per uno come me cresciuto nell’assolata California del Sud.

Che rapporto ha lei con suo padre, August Coppola, professore di letteratura e fratello maggiore di Francis Ford?

Ho sempre rispettato mio padre per la sua ampia cultura: è lui che mi ha insegnato l’amore per i libri, la musica, l’arte. Io ho seguito la mia strada nel cinema, ma riconosco che l’insegnamento è un’attività sublime, forse la più nobile. Magari diventerò professore anch’io, più tardi nella mia vita. Fatto sta che credo di aver soddisfatto le aspirazioni di mio padre. È fiero di me, ma ancora non gli va giù la questione del patronimico, quel Coppola a cui io ho voluto rinunciare quando ho mosso i miei primi passi del cinema, onde evitare qualsiasi sospetto di nepotismo: mio zio era molto famoso allora.

Come si sta preparando per il film di Oliver Stone? Crede che il pubblico sia pronto ad affrontare direttamente l’11 settembre?

Il mio obbligo morale, come dicevo, è quello del lavoro, essere una maschera che funzioni nel meccanismo della storia. Non posso pensare troppo alle conseguenze “sociali” di un certo materiale. Altrimenti staremmo tutti con le mani in mano. Sarà un film sulla condizione umana e la tenacia dello spirito, tutto in chiave positiva; il crollo delle torri non si vedrà nemmeno. Sono un attore, non un maitre-à-penser.

Cosa pensa di Oliver Stone come regista e come polemista?

È un uomo intenso, devoto al cinema e alla storia, dotato di grande onestà intellettuale. E’ di una costante sincerità. Un eccesso di sincerità può dare fastidio in una cultura come la nostra imperniata sul compromesso e la menzogna. Non dà fastidio a me. Volevo lavorare con Oliver da tempo, e finalmente i nostri cammini si sono incrociati.

La vostra è una straordinaria famiglia di artisti: Francis, Sofia, i suoi cugini, [l’attore] Jason Schwartzman e [il regista] Roman Coppola, sua zia Talia Shire e così via. Una questione genetica?

[ride] Non saprei davvero come rispondere. Credo che il merito vada a mio nonno Carmine Coppola, emigrato dall’Italia, dalla Basilicata: diventò il primo flauto nell’orchestra di Toscanini, e poi compositore. Un contadino che affrontò il nuovo mondo a colpi di genuino talento, aprendo varie porte per una stirpe che altrimenti sarebbe rimasta a tagliar fieno nel Midwest! L’arte è contagiosa.

Sente di avere un legame con l’Italia?

Parlo un pochino italiano, vado in Italia sempre volentieri e ho subito profondamente l’influenza del meraviglioso cinema italiano degli anni tra i ’50 e i ’70, soprattutto di Michelangelo Antonioni, il cui “Zabriskie Point” rimane uno dei miei film favoriti in assoluto, un atto di sfida a norme e regole di grande coraggio e indipendenza artistica. C’è stato un momento in cui il cinema italiano era al centro dell’universo. Fellini mi manca moltissimo. C’è bisogno di altri suoi film. Come regista [due anni fa ha diretto “Sonny”, ndr] aspiro a quel tipo di originalità e visione.

Lei sembra aver cambiato registro nelle sue interpretazioni sullo schermo: fino a qualche anno fa era più frenetico, quasi maniacale, ora sembra più pacato, perfino crepuscolare. È un’impressione?

No, si cambia e si cresce anche in questo modo. Le interpretazioni sono un riflesso di momenti che uno vive dentro. Come nella musica, ora si suona un motivo up-tempo - veloce -, ora un allegro non troppo, ora un lento. Da giovane ero immerso nella cultura punk-rock, per forza andavo di corsa. Ora ascolto Chopin, i walzer e i preludi per solo piano. Ho rallentato? Forse, ma non troppo, non sempre.

dalla rivista LUXURYfiles: A QUESTION OF STYLE