CHARLIZE THERON
Silvia Bizio
Da vera diva destinata a rimanere non solo sugli schermi ma nella memoria collettiva per anni a venire, Charlize Theron vanta una storia di “scoperta” degna di Lana Turner: venne notata da un manager di attori, per caso in fila dietro di lei in una banca di Hollywood, ma non tanto per la sua bellezza quanto per la scenata rabbiosa che la giovane sudafricana fece quando l’impiegato rifiutò di cambiarle un assegno.

“Mi scattò tutto l’istinto di sopravvivenza che avevo immagazzinato dentro di me: o prendevo quel contante o avrei dormito in strada quella notte.” Così adesso dice la splendida Theron, un Oscar a suo credito (per “Monster”, nel 2003) di recente sugli schermi con “North Country”, un dramma sul tema dei soprusi ai danni delle donne sul posto di lavoro, e con il futurista “Aeon Flux”. È difficile crederle, adesso che guadagna 12 miloni di dollari a film ed è una delle “leading ladies” più corteggiate del cinema. Ma è la verità. Quel manager le diede il biglietto da visita (correva l’anno 1994, Charlize aveva appena 18 anni), le offrì lezioni di recitazione e l’aiutò ad entrare nel mondo del cinema. Nel 1996 la Theron stupì tutti nel ruolo della femme fatale killer nell’eccentrico thriller “Two Days in the Valley”; lo stesso anno recitò nella commedia “That Thing You Do!”, debutto registico di Tom Hanks, e fece sensazione accanto a Keanu Reeves e Al Pacino in “The Devil’s Advocate” (1997). Era nata una stella. Veniva da una fattoria del Sudafrica, ubicata nella piccola città di Benoni. La sua biografia presenta un capitolo tragico: nel 1991, quando Charlize aveva 15 anni, la madre uccise il marito con un colpo di fucile quando questi tornò a casa ubriaco sventolando una pistola e minacciando di uccidere moglie e figlia. La madre, Gerda, venne assolta per legittima difesa. L’attrice ha confessato questo sconvolgente accadimento due anni fa e non intende parlarne più; ma il trauma patito spiega il suo carattere indomito, la forza d’animo, il profondo orgoglio. A 16 anni la Theron si trasferì a New York per studiare danza classica, praticata fin da quando era bambina (si nota ancora quell’ascendente dal modo regale ed elegante con cui si muove), ma un infortunio a un ginocchio la costrinse a smettere. Lavorò come modella per due anni (ricordiamo ancora lo spot televisivo per la Martini in Italia), quindi, decise di tentare la strada di Hollywood. Dove ricominciò da zero, senza conoscenze, appoggi, “entrature”. Fino al fatidico incontro nella banca.

Con “Monster” ha convinto chi ancora ne dubitasse della sua bravura, imbruttendosi fino all’inverosimile e mettendo su 15 chili di peso per interpretare la prostituta serial killer Aileen Wuornos. Anche in “North Country”, nel ruolo della minatrice minacciata dai colleghi maschi nella provincia fredda e squallida del Minnesota (che farà poi causa alla compagnia), copre quasi con gusto la sua naturale bellezza. Necessario trasformarsi per farsi largo a Hollywood? “Dopo ‘Monster’ ho recitato in ‘La vita e la morte di Peter Sellers’ nel ruolo di Britt Ekland, una delle donne più belle del mondo. In ‘Aeon Flux’ [un’eroina d’azione in una futura società dispotica] sono un trionfo di stile ed elasticità: posso essere questa e quell’altra”, dice la Theron quasi a voler contraddire la nostra teoria. La incontriamo a Los Angeles, dove vive: le gambe lunghe inguainate in jeans attillatissimi e una semplice camicetta bianca, bella di persona ancora più che sullo schermo. Vivace, intelligente, sicura di sé. È legata da due anni all’attore inglese Stuart Townsend, sua controparte nel dramma al tempo della Seconda Guerra Mondiale “Head Above Clouds” (2004). Continua citando proprio questo film: “Ho recitato il ruolo di Gilda in ‘Head Above Clouds’, un’icona della moda degli anni ’30, una donna molto attraente e sexy che ama indossare bei vestiti. Voglio dire che l’aspetto fisico è quasi superfluo per me: come attrice ho bisogno soprattutto di emozioni forti, come quelle che emergono in una storia come ‘North Country’.”
Charlize, era al corrente del caso reale su cui è basato “North Country”?
No. Ma dopo aver letto il copione del film sono letteralmente saltata per aria. Mi sono subito messa a fare ricerca, volevo sapere tutto di questi eventi. Ho letto il libro e sono andata a conoscere le vere operaie vittime degli abusi dei colleghi. Ho cercato di capire fino in fondo cosa avevano provato per i maltrattamenti degli uomini e perché subivano passivamente. Ho voluto comprendere la struttura sociale in cui vivevano. Sono stata tra di loro per intere settimane. Mi hanno invitata nelle loro case, le ho viste interagire con i loro figli, le loro famiglie. Abbiamo cucinato insieme, siamo andate sui gatti delle nevi e a pescare nel ghiaccio. Volevo metterle a loro agio affinché si sentissero tranquille a parlare con me. Mi sono identificata un po’ con Erin Brockovich, che penò per farsi dire come davvero stavano le cose da parte delle vittime dell’arroganza capitalista. Molte di loro hanno lavorato come comparse nel film, ed erano sempre pronte ad aiutarmi quando avevo dubbi.

Pensa che le cose siano cambiate nel frattempo?
Penso di sì. Io stessa sono un esempio del fatto che ci sono stati cambiamenti per il meglio, perché nel mio ambiente certe cose non succedono. Certo, che il caso di “North Country” si sia chiuso nel 1995, 15 anni dopo i fatti, prova quanto ci sia ancora da cambiare nel campo dei diritti delle donne: uno dei motivi per cui mi sembrava importante portare questa storia sullo schermo. Ma c’è anche l’aspetto umano, non solo legale, di tutta questa vicenda. È la storia di una comunità, dei suoi segreti, dei suoi tabù. Anche nella “civilissima” America.
Sono queste le storie che più le piacciono, come attrice?
Certo, sono i film con cui sono cresciuta, come “Norma Rae” e “Silkwood”. Ma non cerco niente di specifico. Solo belle storie che mi emozionino, non importa in che genere cinematografico ricadano. L’importante è non ripetersi.
Ha mai subito molestie sessuali a Hollywood, all’inizio della sua carriera?
No. La cosa più importante che mia madre mi ha insegnato è che se entri in una stanza mostrandoti debole, la gente si approfitta subito di te. Se invece proietti quel tipo di energia che dice: “Guarda, io sono una intelligente e forte. Non ci provare nemmeno con me”, niente che tu non voglia ti succederà. Si parla spesso del “casting couch”, ma a me non è mai successo, perché mi sono sempre presentata come una con cui una cosa del genere non è nemmeno lontanamente pensabile.
La fantascienza di “Aeon Flux”, in cui interpreta una killer costretta in un gioco troppo pericoloso, è una cosa nuova per lei. Le piace?
Non esattamente. Quando mi trascinano a vedere film come “Guerre stellari” mi diverto, ma non fanno parte della mia educazione. Comunque, apprezzo il fatto che si tratti di una donna indomabile, fortissima, e mi è piaciuto svolgere tre mesi di allenamento in arti marziali e picchiare come Lara Croft. Aeon è una donna di poche parole, una Mad Max al femminile che mette tutto in discussione, il suo ambiente, il suo governo, la sua vita. È un film d’azione che riflette sulle problematiche sociali che ci circondano. E mi ha forzata a raccontare una storia in modo fisico, il che è sempre una sfida. Volevo provarci anch’io.

Che effetto ha avuto l’Oscar sulla sua carriera e la sua vita?
Premetto che mi ero impegnata a girare sia “North Country” che “Aeon Flux” due settimane prima di vincere l’Oscar. Sapevo che avrei dovuto dedicare due anni della mia vita a questi due film. Non ho avuto tempo per riflettere tanto sul premio, e suppongo mi abbia fatto bene. Non voglio fare la presuntuosa e dire che tutto il can-can dell’Oscar non abbia avuto un effetto su di me. Lo ha avuto. Ma in un certo senso mi ha permesso di liberarmi a livello creativo. Ora posso fare quello che voglio.
Lei sembra avere le idee molto chiare. Pensa alla regia?
No, ancora no. Però sto sviluppando vari progetti come produttrice, e se qualcuno dieci anni fa mi avesse detto di dedicarmi alla produzione avrei detto di no. La verità è che amo tutti gli aspetti del cinema, non solo la recitazione, e penso che andando avanti comincerò probabilmente a pensare alla regia.
Che progetti sta sviluppando?
Le cose più differenti. Ad esempio sto adesso producendo un documentario sul movimento hip-hop a Cuba, s’intitola “Our Song”. Non tutti conoscono l’esistenza di uno stile di vita alternativo a Cuba, un movimento di giovani, il futuro di Cuba, che cerca di cambiare la società. Raccontiamo questa storia senza entrare troppo nel politico. Lasciamo parlare il rap.
Lei è anche attiva nel campo della protezione degli animali. È vero?
Sì, lavoro con delle riserve in Sudafrica e delle fondazioni a Los Angeles. Cerco di darmi da fare per aiutare ad adottare animali bisognosi.
Ma non le sembra una causa marginale, con tutti i problemi che abbiamo nel mondo?
Non me lo dica. Vengo da un paese in cui la gente muore di fame, dove l’Aids miete vittime. Sono più che cosciente della povertà che ci circonda. Sono attiva anche in questo campo. Ho lanciato una campagna contro lo stupro delle donne in Sudafrica, anni fa, quando ancora nessuno ne parlava. Come mia madre dice: “Devi batterti per cose che non hanno una voce.”
Lei ha detto che l’aspetto fisico dei personaggi non le interessa. Ma non l’affascina, anche se a livello superficiale, il glamour di Hollywood?
È un aspetto effimero del mondo del cinema, una scheggia che viaggia veloce nel tempo, non gli conferisco molta importanza. Penso prima di tutto al mio lavoro, che amo tanto. Le feste per le “premiere” sono belle perché consentono di celebrare un progetto compiuto, tuo o dei tuoi amici, di aiutare il film a mettersi in vetrina, ma quello che conta è il significato e il valore che dai alla tua vita. La posterità si ricorderà di te se sei stata brava nei film, non se ti sei vestita bene o se hai dormito con tal dei tali.
Cosa le piace fare quando ha del tempo libero?
Viaggiare. C’è un mondo grande lì fuori, e voglio vederlo tutto. Vivo con un uomo [Townsend], che ha un forte istinto del viaggiatore: a entrambi ci piace buttare qualcosa nello zaino e partire per posti sconosciuti, conoscere situazioni nuove, e davvero cercare di vivere la vita in pieno, dovunque e con chiunque ci troviamo.

